La lettera di addio lasciata da Riccardo Morpurgo, 64enne ingegnere e imprenditore edile di Senigallia

“Una crudele, sfinente ed umiliante alternanza tra illusione e repentina disillusione, tra fiduciosa, e finalmente luminosa, speranza ed immediata cocente delusione, e così per anni, in attesa di una positività alla quale non credo più.
Ed allora queste brevi parole per giustificare un passaggio terreno che non può ridursi ad una supina ed inerme accettazione degli eventi: lo debbo ai miei figli ed a mia moglie che mi hanno sempre gratificato di una cieca fiducia e che certo non approveranno, lo debbo ai miei collaboratori, tutti ragazzi eccezionali che certamente hanno pieno diritto ad un futuro meno funereo di quello che invece si vuole loro prospettare, lo debbo ai miei tanti amici cari che molto patiranno, lo debbo a me stesso che della onestà, dell’etica, professionale e non, della libertà e giustizia sociale ho fatto un credo incrollabile.
Quando, ad una precisa domanda, ho risposto “ Mi spiace, ma non so più cosa fare”, ho letto nei suoi occhi un lampo di terrore e nelle sue parole “Ma come, ingegnere, tu, che sei la nostra speranza” lo sconforto assoluto.
Ho capito in quel momento che bisognava reagire: ed ho reagito, progettato, relazionato, mi sono umiliato sin dove non avrei mai creduto di dovere, potere e sapere fare, ancora progettato, ancora relazionato, ancora umiliato, ho sinanco ipotecato il futuro mio e della mia famiglia, ed inutilmente ho ancora proposto ciò che avrebbe positivamente risolto, solo lo si fosse voluto, e che ora, forse ma tardivamente, si dirà: GIUSTO!
Troppo flebile, evidentemente, la mia voce ed allora, novello, e certamente più modesto, Sansone, con l’ultima stilla di energia che ancora conservo e prima che anch’essa si esaurisca, faccio scoppiare fragorosa la bomba, fiducioso che finalmente venga recepito il mio urlo, disperato.
Tanti sono gli errori che ho commesso nella mia vita: errori di supponenza, di ingenuità ed ottimismo nel prossimo, di poca o nulla previdenza, errori (ma chi non?), ma mai sono venuto meno ai dettami di correttezza ed onestà.
Me ne vado dunque con la faccia pulita della persona per bene che innalza, misericordioso il Supremo, il dono della vita, che D-o mi ha graziosamente concesso, in favore della giustizia e dell’equità.
Con il tragico, e certo insensato, gesto, spero finalmente di riuscire a risvegliare coscienze intorpidite ed animi accecati: mi rivolgo dunque ai responsabili, assolutamente irresponsabili, degli istituti di credito, ma anche ai pubblici Amministratori ed a chi, abusando del suo infimo potere, si arroga il diritto, tralignando la verità, di divertirsi giocando con la necessità, le ansie, le emozioni del prossimo, senza capacitarsi (FORSE) che il suo divertimento può essere recepito tragicamente da chi lo subisce, ed ancora a coloro che subiscono questa iniqua situazione avvolti nella loro assordante apatia ed indifferenza o, peggio, a coloro che la aggravano con la loro cinica e supponente cupidigia.”

 

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