Raccontiamolo al nuovo Governo: invalido perde il lavoro e casa in asta.

MARINA DI GROSSETO. Oggi il signor Giulio Giardini, artigiano edile in pensione di Marina di Grosseto, andrà a Firenze per comprare un camper, un solido camper di seconda mano a un prezzo stracciato. Non per andarci in vacanza. E nemmeno per realizzare il sogno di una pensione on the road. Quel camper, per lui e per la moglie Antonietta Ranalli, sarà la nuova casa. Perché lunedì Giulio e Antonietta, nonostante una vita di lavoro e nonostante i pesanti problemi di salute, verranno sfrattati dalla loro casa, quella che si sono costruiti da soli, mattone su mattone. E che si sono visti portare via perché la malattia aveva rallentato il lavoro, lo stipendio si era assottigliato e alla richiesta di abbassare le rate del mutuo hanno ricevuto solo un no.  Il sogno di una casa. Quella di Giulio Giardini è la storia di una persona per bene, che fino a pochi anni fa viveva del suo lavoro, era attivo nella comunità di Marina, godeva di discreta salute, era in buoni rapporti con l’intera famiglia. E che come tanti cullava il sogno di costruirsi casa. 

«A metà anni Duemila – racconta – chiesi il permesso per costruire una casa accanto a quella dei miei genitori, a Marina, che sarebbe stata il risultato di una vita di lavoro e mi avrebbe dato un piccolo reddito quando sarei stato in pensione». Giardini ha circa 50mila euro da parte, ma gliene servono altri 120mila e si rivolge alla banca del paese, la Banca popolare dell’Etruria e del Lazio. «Non avevo mai chiesto soldi in prestito, nonostante con quella banca ci lavorassi. Mi concessero il mutuo, cointestato a mia madre e a mio fratello e con garanzia di mia figlia e mia suocera. Ma sbagliai una cosa». 

«L’errore». Giulio in quel momento ha 50 anni. «Stavo bene, guadagnavo – dice –. Feci i miei conti e decisi di fare delle rate alte. “Così quando vado in pensione ho finito il mutuo”, mi dissi. È stato uno sbaglio». 

Per tre anni non ci sono problemi: i pagamenti sono regolari e Giulio, aiutato dalla moglie, si costruisce da solo la casa. «Lei mi faceva da manovale – ricorda con un sorriso –. Solo per l’impianto elettrico ho chiamato una persona. Il resto l’ho fatto con le mie mani». 

Problemi di salute. Ma qualcosa non va. Un’ernia al disco rischia bloccargli le gambe. Giardini è costretto a operarsi. «Andai in banca – racconta – per avvisare che avrei saltato qualche rata perché non potevo lavorare. Il direttore mi disse che non c’erano problemi e io ero tranquillo». Ma le cose vanno diversamente. 

L’inizio dell’incubo. «Scoprimmo – spiega Giardini – che in realtà le rate erano andate a recupero e tutti, intestatari del mutuo e garanti, ricevemmo una segnalazione alla Crif, che impedisce di avere finanziamenti». 

Giardini stringe i denti, riprende a pagare, ma la sorte lo abbandona di nuovo nel 2011. «Un nuovo infarto – racconta – dopo il quale non ho più potuto alzare pesi. Per di più per fare l’artigiano bisogna essere competitivi, rispettare le date, essere veloci. Quando non ce la fai più a lavorare 12 ore e sei lento, anche sei preciso la gente comincia a dire: “Sì, Giardini è bravo, ma non ce la fa più”. Avevo 56 anni». 

Il no di Arezzo. Giardini torna in banca per ritrattare il mutuo e chiedere rate più basse. Sembra non ci siano ostacoli, ma decide la sede centrale, ad Arezzo. Che però dopo otto mesi mette una pietra tombale sulla richiesta: il mutuo non si può ritrattare. 

All’artigiano edile, in quel momento, mancavano da pagare 48mila euro. Il periodo è difficilissimo. Banca Etruria è al collasso, sarebbe stata liquidata presto lasciando sul lastrico migliaia di risparmiatori. Giardini, che ormai tira avanti con una pensione di invalidità di circa 800 euro al mese, è disperato. Ma il baratro è ancora più fondo. 

Nuovo infarto. Anche la moglie viene colpita da gravi problemi di salute e pure il cuore di Giardini non regge: l’uomo, che ormai vive in un incubo continuo, ha un secondo infarto. «Un calvario – racconta –. Questa casa ci ha portato una maledizione». 

Interessi passivi. La situazione sembra senza uscita, ma Giardini tiene duro. Con il nuovo direttore della filiale di Marina si accorda per versare rate di 500 euro al mese. «L’ho fatto per due anni regolarmente – dice – ma alla fine vedo che il capitale è addirittura aumentato a 52mila euro». Interessi passivi più alti di quelli versati è la spiegazione.

Il baratro. Giardini trasecola, vede la sua casa sgretolarsi sotto i suoi piedi. E con essa tutto il suo mondo. «Mia madre morì, mio fratello si tirò fuori, rinunciò all’eredità e da quel momento non mi parla». Anche la banca si sgretola. È il 2015 e il suo caso viene passato alla società Rev a cui sono indirizzate tutte le posizioni a sofferenza di Banca Etruria. «Per molto tempo non siamo neanche riusciti a capire a quanto era schizzato il debito – spiega –. A un certo punto arrivò a 105mila euro». Giardini ha difficoltà anche a trovare un avvocato. «A tutte le porte a cui bussavo ricevevo un no», racconta.

Altri «no». In un disperato tentativo di salvare la casa, con l’aiuto di una commercialista riesce miracolosamente a trovare 60mila euro e fa un’offerta, ma riceve un nuovo no. L’estremo tentativo arriva grazie ad amici disposti a prestagli un’ingente somma. «90mila euro – racconta Giardini –. Il piano era di riscattare la casa e poi venderla e restituire i soldi. Avevo già trovato un compratore. Ma la risposta fu no». 

All’asta. È la fine. La casa, costruita con sacrifici e con sudore e quasi tutta pagata, va all’asta. Giardini spera che al primo incanto non si presenti nessuno. «Di solito è così», dice. E invece di fa avanti un compratore «che per 138mila euro se la aggiudica. Centotrentottomila, una casa valutata 780mila euro…».

Lo sfratto. Il passo successivo è cronaca di questi giorni: a marzo ai coniugi notificano lo sfratto. «A casa venduta, ho trovato un avvocato che mi sta aiutando – racconta Giardini –. Ormai però la frittata è fatta. E a me non resta che vendere il mio furgone e comprare un camperaccio».

Dolore e dignità. Giulio non è tipo da piangersi addosso. Tiene il dolore e la rabbia stretti tra i denti. Dignità e contegno, anche nel caos del soggiorno invaso dagli scatoloni. «Non voglio aiuti, non voglio una casa popolare. Ho scritto al prefetto, non ho avuto risposta. Mi sono mosso tardi, è vero. Avrei potuto fare giornalate, ma non sono il tipo. Mi sono deciso a parlare ora solo per raccontare cosa può succedere. Perché si sappia che può succedere questo. Ho sentito che qualcuno, nella mia situazione, si è suicidato. Ma io questa soddisfazione non gliela do. Nonostante tutto io al mondo ci sto bene».

Fonte il tirreno. Geolocal 

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