Senza casa, lavoro e reddito, vivono da 5 anni in una capanna a Udine




capannaStoviglie rabberciate spuntate fra i rifiuti, vecchi mobili recuperati dalla discarica e fogli di cellophane infilati fra gli interstizi delle assi di legno per fermare le raffiche di vento e la pioggia. Il mondo di Loris e di Giorgio è tutto lì. In una capanna, ammobiliata con pezzi di scarto, in mezzo ai campi di mais, che si affaccia sullo stadio Friuli ai Rizzi.
Va così da cinque anni, cioè da quando quella capanna che si regge in piedi a malapena è diventata l’alternativa alla panchina del parco o alla strada. Un posto dove nemmeno ai gatti è possibile vivere, tant’è che quelli che ci vivevano sono stati prelevati dal personale dell’Azienda sanitaria, perché si trovavano in un ambiente insalubre e non avrebbero potuto vivere in quelle condizioni igieniche.
Loris e Giorgio, però sì assieme ai topi. E così ieri si sono presentati in Comune davanti all’assessore ai diritti e all’inclusione sociale Antonella Nonino, per avere una casa degna di questo nome e un lavoro. «Uno qualunque» hanno scandito all’unisono con il tono di chi non pone alcuna condizione.
Perché oltre alle storie dei profughi, anime in fuga dalla disperazione che arrivano da lontano, di persone allo stremo ce ne sono tante, anche fra gli udinesi.
Come Giorgio Gabai, 48 anni. «Facevo il carrozziere a Tavagnacco – racconta – poi il titolare della ditta in cui lavoravo è morto e ho perso il lavoro. Da allora sono passati cinque anni e le cose sono precipitate – sono rimasto indietro con le mensilità dell’affitto e ho subito le sfratto, poi ho trovato un lavoretto per le Poste, trasportavo materiale con il loro furgone per 350 euro al mese. Sono finito per strada, e siccome non avevo un posto in cui trascorrere la notte, ho cominciato a dormire nel furgone».
In quel periodo Giorgio ha conosciuto Loris Bez, 45 anni udinese con una lunga esperienza come cameriere. «Ho lavorato all’Executive, poi ho perso il lavoro e anche la casa, così mi sono ritrovato a dormire sulle panchine al parco del Cormor – ripercorre Loris –. Ci sono rimasto per un anno e mezzo, quando faceva tanto freddo mi avvolgevo nei teli di nylon e cercavo di tirare avanti».
È così che Loris e Giorgio sono diventati amici e hanno cercato di sorreggersi a vicenda, dormendo in quel furgone per un anno. Fino a quando sono stati scoperti e, assieme al furgone, è sparita anche l’unica fonte di sostentamento di Giorgio: il lavoro alle poste.
Senza casa, lavoro e reddito, si sono ritrovati di nuovo per strada. Finchè è spuntata quella catapecchia, sorretta da assi di legno sghembe in mezzo ai campi. Niente acqua. Niente elettricità. Niente di niente.
Ma finalmente avevano un tetto. La proprietaria, un’anziana udinese, ha capito la situazione e ha chiuso un occhio.
«Ci siamo arrangiati ad arredarlo con quello che trovavamo in discarica – raccontano – la gente butta via di tutto, anche roba seminuova, basta arrangiarsi un po’ e si sistema». Così sono spuntate sedie, tavoli, scaffali, anfore e pitali.
A loro si sono aggregati due gattini, che per qualche tempo hanno vissuto nella capanna. «Un giorno, mentre non c’eravamo, ce li hanno portati via perché la sistemazione non aveva i requisiti igienici necessari per gli animali domestici» commenta amaro Giorgio.
Loro due però sono rimasti e quel posto è diventato una casa. Certo, gli inverni
sono rigidi nella capanna, specie se per lavarsi bisogna usare l’acqua di un catino e per scaldarsi bisogna bruciare bancali. Racimolare qualcosa per mangiare poi è ancora più difficile. Va avanti ormai da un quinquennio, ma non può continuare per sempre.




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